Terapia breve strategica: cos’è e come funziona

Se hai preso la decisione di iniziare una psicoterapia, ti sarai sicuramente reso conto che ciascuno psicologo psicoterapeuta segue un certo approccio o orientamento teorico-clinico.

Tale orientamento è, in sostanza, la base del lavoro terapeutico, l’insieme delle metodologie teoriche e pratiche messe in atto dal professionista per fornire sostegno al paziente, accompagnarlo lungo il percorso e aiutarlo a stare meglio.

In terapia, gli approcci sono veramente molti. Tra i principali troviamo:

  • approccio psicodinamico
  • approccio cognitivo-comportamentale
  • approccio sistemico-relazionale
  • approccio breve-strategico

 

In quest’articolo, vedremo le caratteristiche della terapia breve strategica (brief strategic therapy), un modello clinico di intervento ideato da Paul Watzlawick e sviluppato in seguito da Giorgio Nardone. Scopriremo come funziona questo particolare approccio, quando risulta di particolare efficacia e i risultati che si possono ottenere seguendo un percorso in cui viene applicato il modello breve strategico.

Ad assisterci in questo percorso ci sarà il dottor Manuel Marco Mancini, psicologo psicoterapeuta di Roma, che nel suo studio all’Eur e nelle sedute di terapia online utilizza un metodo integrato, applicando con successo le tecniche della terapia breve strategica, apprese con un master alla Scuola di specializzazione in psicoterapia breve strategica di Arezzo. Tale metodo è spiegato accuratamente sulle pagine del suo sito www.psicologoeur.com

In cosa consiste la psicoterapia breve strategica

 

La psicoterapia breve strategica è un modello di terapia molto diverso rispetto alla psicanalisi e ad altre forme di terapia “classica”.

Come dice il nome, si tratta di un intervento breve, focalizzato sulla risoluzione di specifici problemi di tipo psicologico attraverso una serie di tecniche di grande efficacia, che portano alla remissione dei sintomi e quindi a un maggior benessere.

Tale modello di intervento mira a produrre un cambiamento significativo nel paziente entro un numero limitato di sedute, anche nel caso si parli di disturbi radicati, come i disturbi alimentari (anoressia, bulimia etc…).

“Il concetto fondamentale alla base della terapia breve strategica” spiega il dottor Mancini “è quello di tentata soluzione che alimenta il problema”.

In sostanza, nella gran parte delle situazioni, i nostri tentativi di gestire una difficoltà – un problema di forte ansia che ci impedisce di vivere serenamente la quotidianità, un’insicurezza dovuta a bassa autostima etc. – non fanno altro che mantenere quella stessa difficoltà, sostenerla e alimentarla, in un circolo vizioso che sembra non avere fine.

“Il fatto è che magari, in passato, quelle strategie hanno funzionato, hanno portato a qualche risultato significativo nella risoluzione di un problema” continua il dottor Mancini “Per questo, le adottiamo di nuovo, sperando di ottenere un esito positivo”.

Ma cosa accade quando la tentata soluzione fallisce?

Succede che, invece di approcciare il problema da un’altra prospettiva, cercando un’alternativa a quanto appena fatto, continuiamo testardamente a provare e riprovare, attuando sempre quella strategia, convinti che sia l’unica possibile.

Ci convinciamo che non è la soluzione a essere sbagliata, ma che è soltanto questione di tempo o ch dobbiamo sforzarci di più, metterci più energia perché prima o poi funzionerà.

Oppure capita che si continui a mettere in atto un certo comportamento semplicemente perché si ha paura del cambiamento o si ritiene che fare qualcosa di diverso sia impossibile.

“Pensiamo, per esempio, a una persona che ha paura di guidare, una fobia specifica che va sotto il nome di amaxofobia” spiega lo psicologo, che sul suo sito web Psicologo Psicoterapeuta Roma Eur – Dottor Manuel Marco Mancini ha trattato questo tema in un articolo sulla paura di guidare in autostrada.

“Cosa farà questa persona che prova tanta ansia anche soltanto al pensiero di mettersi al volante della propria auto?

Metterà in atto un evitamento, cercando in ogni modo di non doversi trovare nella situazione che teme.

Andrà al lavoro in treno, magari impiegando il doppio del tempo perché dovrà aspettare le giuste coincidenze e fare diversi cambi per raggiungere l’ufficio. Cercherà sempre un passaggio dagli amici quando vuole uscire il sabato sera. Declinerà gli inviti, se non riesce a trovare qualcuno che lo accompagni.

Ma cosa ottiene il fobico in questo modo, fuggendo sempre da ciò che teme?

Non fa altro che confermare a sé stesso di non potercela fare, che ha ragione ad aver paura di guidare. Si limita da solo, finendo all’interno di una spirale negativa che alimenta il disturbo, aggravandolo e cronicizzandolo.

La terapia breve strategica, con i suoi protocolli operativi, ha l’obiettivo di rompere questa catena, interrompere il ciclo vizioso delle tentate soluzioni che mantengono il problema, aiutando la persona a uscire dalla sua rigidità per adottare un atteggiamento e una prospettiva più flessibile e funzionale.

Come funziona la psicoterapia breve strategica

Ma nella pratica, come funziona la terapia breve strategica?

Partendo dal presupposto che l’intervento breve strategico si concentra sul problema, il terapeuta che applica questo metodo, a differenza dei colleghi di altri orientamenti, non va tanto alla ricerca delle radici “storiche” del disturbo.

Secondo questo approccio, scavare nel passato del paziente per indagare le cause alla base della sintomatologia manifestata, non ha alcuna effettiva utilità terapeutica.

Sapere da dove viene il problema non serve.

“Quando un paziente viene nel mio studio a Roma Eur, non cerco di capire da dove viene il suo problema, quale sia la sua origine. Queste informazioni non sono così importanti ai fini della risoluzione. Seguendo l’approccio breve strategico, occorre piuttosto concentrarsi sul funzionamento del problema, su cosa lo mantiene, quali meccanismi stanno alla base”

In poche parole, più che al passato, bisogna guardare al presente, a quel che sta accadendo in questo preciso momento.

Quindi si procede in questo modo.

Innanzitutto, attraverso il dialogo con il paziente, si chiarisce quale è il problema, che corrisponde con il motivo che lo ha portato a varcare la soglia di uno studio di psicoterapia. Ci si domanda chi è coinvolto in questa dinamica: potrebbe essere il partner, gli amici, i genitori… e quando e dove si verifica.

In questo modo, definiamo chiaramente il campo di lavoro, ciò su cui andremo a intervenire.

A questo punto, trovato il problema dobbiamo capire cosa lo sta tenendo in piedi: le tentate soluzioni fallimentari che il paziente ha utilizzato fino a questo momento. Ciò a cui miriamo è scardinare queste dinamiche controproducenti, interrompendo il circolo vizioso, così da colpire il problema alle sue fondamenta.

Come?

Assegnando al paziente degli esercizi pratici da svolgere, studiati appositamente per coloro che soffrono di un certo disturbo. Tra questi esercizi c’è, per esempio, la Peggiore Fantasia, utilizzato con i pazienti che soffrono di ansia, attacchi di panico o che presentano delle fobie specifiche (paura di volare, di guidare, degli spazi aperti etc.)

La tecnica della “Peggiore Fantasia” consiste nel chiedere al paziente di immaginare di che la sua peggiore fantasia si concretizzi.

Per esempio, se il paziente ha un’intensa paura di guidare, gli si chiede di calarsi mentalmente in quella situazione, immaginando di doversi per forza mettere al volante della propria automobile per affrontare le strade della città, il traffico e tutto ciò che ne consegue.

Se è una persona che non esce mai di casa perché ha paura di potersi sentire male e di non avere nessuno a cui chiedere aiuto, l’esercizio consisterà nel dare forma nella propria mente a questo scenario catastrofico.

Perché tutto questo?

Di fatto, si chiede alla persona di affrontare (non nella realtà, ma nella propria mente) la sua più grande paura, scardinando il meccanismo subdolo dell’evitamento.

Terapia breve strategica: funziona davvero?

L’efficacia della terapia breve strategica è dimostrata da accurati studi sui risultati ottenuti utilizzando le tecniche e i protocolli sviluppati da Nardone, che attestano come ben l’88%  dei trattamenti con questo approccio abbia dato esito positivo.

 

Una percentuale che si alza notevolmente, attestandosi al 95%, se si prendono in considerazioni i pazienti arrivati in terapia con disturbi fobico-ossessivi.

 

Ciò significa che l’approccio breve strategico è evidence based, basato sulle evidenze ed è considerato la terapia d’elezione per la risoluzione di una vasta serie di disturbi.

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